Tempo fa ne avevo già parlato. Recentemente ho finalmente avuto l’occasione di vedere le ultime due fatiche del Clint Eastwood regista: Flags of Our Fathers e Letters from Iwo Jima. Inutile dire che, essendo appassionato del periodo, ero veramente curioso di vedere come avrebbe trattato il tema uno dei registi che ultimamente sto apprezzando di più.
Se devo dare un giudizio tout-court all’operazione, non posso certamente nascondere il mio stupore e la mia ammirazione per un’opera così innovativa come se ne vedono poche. Ma andiamo per punti, per non perdere il filo del discorso.
Due film in uno: a prima vista, si penserebbe ad una mera operazione commerciale. Non è così: l’aver voluto rappresentare un evento bellico (evento, tra l’altro, di primo piano e quindi in grado di suscitare, ancora oggi, emozioni contrastanti) da una duplice prospettiva rientra sicuramente nel messaggio di fondo che entrambi i film vogliono far passare: e cioè che gli ideali su un campo di battaglia non contano nulla, così come le rispettive “ragioni” dei contendenti. Il voler cercare una lettura univoca nei fatti spesso è fuorviante (e, a scanso di equivoci, non sto parlando di revisionismo). Di qui la necessità di spezzare la narrazione in due tronconi.
Aderenza storica: il film è molto fedele agli eventi reali accaduti, e la necessità dell’intreccio narrativo non va a cozzare con la verosimiglianza degli episodi narrati. La battaglia di Iwo Jima è stata uno degli scontri più sanguinosi e crudeli dell’intero conflitto: oltre ventimila giapponesi morti, più di venticinque mila perdite (tra morti e feriti) tra gli americani.
L’umanizzazione dei personaggi: è raro trovare un film di guerra dove i soldati di entrambi gli schieramenti siano rappresentati alla pari. Ancora più raro trovare un regista americano che gira un film sul “nemico”, in giapponese sottotitolato (cosa che, pur a cinquant’anni di distanza, ha sollevato numerose polemiche negli USA). Bisogna tener conto che, in questo caso particolare, il “nemico” non differisce solo linguisticamente, ma è profondamente differente anche a livello culturale. In una situazione come questa sarebbe stato facile cadere in rappresentazioni stereotipate che nulla avrebbero aggiunto al discorso. Cosa che non è accaduta: nei film non ci sono buoni contro cattivi, nel senso che la ragione e il torto non sono tutte da una sola parte: questo, tra l’altro, viene sottolineato dalla voce fuori campo all’inizio di FooF, ed è ripetuto costantemente in vari modi in tutte e due le pellicole.
L’eroismo e la crudeltà: in ogni battaglia questi aspetti si intrecciano e si compenetrano senza riguardo di schieramento, ma non sono molte le rappresentazioni culturali della guerra che mettono in luce questa verità fondamentale. La brutalità e la ferocia del combattimento sono anch’esse armi, puntate a zero contro la ragione umana e il rispetto della vita. In ogni conflitto, da sempre, vi sono persone che più facilmente di altre cedono a questi istinti animali e come tali si comportano. Allo stesso modo ci sono soldati e ufficiali che si sforzano di perseguire un barlume di decenza anche nelle condizioni più disumane. Riguardo a queste considerazioni, è raro trovare un film dove ai giapponesi venga, in una qualche misura, concesso un discernimento. Cattivi, disumani, spietati, suicidi, incomprensibili. Senza eccezioni. Senza tener conto che si trattava di persone comunque sottoposte a un regime militarista, fanatico e opprimente, che sicuramente lasciava meno spazio al libero arbitrio. Di persone dalla cultura e dai valori radicalmente differenti dai nostri (o meglio, da quelli occidentali). E’forse per questo che, in un certo senso, Letters from Iwo Jima rappresenta una vera e propria innovazione, e va apprezzato ancor più.
La battaglia vera e propria: in entrambi i film le scene di combattimento non sono mai “fini a loro stesse”. Non si cerca la spettacolarizzazione della battaglia (anche se, in alcune scene realizzate in CGI, si nota secondo me la mano e la scelta di Spielberg). Io credo che una battaglia (pur non avendovi mai preso parte, e per fortuna) non sia rappresentabile in alcun modo. Al massimo si possono dare indizi e parvenze della realtà, e nel farlo Eastwood ha evitato di cadere in una rappresentazione banale.
Vorrei dire di più: ma non mi va di svelare la trama. Io li consiglio entrambi a tutti.





Clint è uno dei miei eroi dai tempi di Leone e Callaghan, non ho esitato un momento ad andarmi a vedere questo suo ultimo lavoro.
Se però devo essere sincero, flag of our fathers l’ho visto volentieri, ma è stato nel complesso leggermente sotto le aspettative: probabilmente è stato quel tocco leggermente “smielato” spielberghiano alla soldato ryan che si accentua in alcuni passaggi, ma il complesso è decisamente interessante.
Ora aspetto di riuscire a vedere questo dal fronte giapponese, a patto che lo portino in qualcuna di queste sale di provincia :|
Beh guarda Funk secondo me Letters from Iwo Jima è il migliore dei due. Quindi se ti è piaciuto FooF secondo me non potrai che apprezzare ancor più LfIJ (evviva le abbreviazioni hihi)
Prova a cercare qui per le programmazioni
bene, l’hanno appena tolto da una sala qua vicino :|
per compensare me so annato a vedè giusto ieri quella carneficina perpetua che è 300..
non male, sembra un lunghissimo spot della nike
Svelerò il finale dei due film di Clint:

vincono gli americani!
Lo so, sono senza cuore ahahah
Per collegarmi al post di funkoolow, ieri sono andato con Micelan, KeyserSoze e marco_ask a vedere 300. Non ho letto la graphic novel di Miller, ma il film non è affatto male; basta entrare in sala consci del fatto che non si tratta di una ricostruzione storica, ma dell’interpretazione ed ispirazione che ha avuto Miller per la sua opera.
Merita
io invece ho visto or ora letters. dieci a zero per questo vs flags. finalmente il clint che mi aspettavo. E spielberg fuori dalle palle, sento di dirlo con una certa fermezza
Secondo me ha fatto bene a far uscire Letters dopo Flags … Flags è bello, uno dopo non si aspetta molto, e invece si vede Letters …