Stalingrado - Antony Beevor

Circa un anno fa avevo scritto un piccolo resoconto storico sulla battaglia di Stalingrado. Oggi ho finalmente avuto modo di completare la lettura di uno dei libri che allora avevo consigliato, Stalingrado di Antony Beevor. Il libro è recente (è uscito nel 1998), e questo è importante perchè il resoconto è stato plasmato grazie ad un intenso lavoro di ricerca comprendente numerose fonti sovietiche (che, fino alla caduta del Muro, erano rimaste inaccessibili agli scrittori “occidentali”).

Dopo una rapida introduzione che descrive le prime fasi del conflitto sull’Ostfront, il libro racconta nel dettaglio tutte le fasi della battaglia, alternando continuamente tra i punti di vista dei contendenti. La trattazione non è mai strettamente legata alle operazioni militari, e i resoconti sono arricchiti di dettagli grazie alle numerose citazioni da documenti autobiografici, lettere e interviste ai sopravvissuti.

Ci sono alcuni aspetti che rendono questo libro diverso dagli altri che ho letto sull’argomento: in primis si sottolinea il ruolo tutt’altro che passivo della Wehrmacht rispetto alle atrocità commesse nei territori occupati. In molte altre opere sembra quasi che l’esercito tedesco e i suoi organismi di comando fossero estranei a quanto portato avanti dalle “unità speciali” (Einsatzgruppen) preposte all’epurazione di nemici politici, ebrei e minoranze etniche. Nel libro invece si dimostra come le unità dell’esercito si siano spesso abbandonate a uccisioni indiscriminate e saccheggi, con l’approvazione (o in certi casi nell’indifferenza) dei comandi superiori. In molte altre occasioni invece il destino della popolazione locale è stato segnato dalle prevaricazioni delle unità combattenti le quali, togliendo case, vestiario e cibo ai civili li condannavano ad una morte pressochè certa nel terribile gelo russo.

Dall’altro lato appare evidente come queste popolazioni venissero praticamente ignorate persino dai sovietici. Per consentire la sopravvivenza dello stato non si esitava a utilizzare ogni mezzo per rallentare e intralciare il nemico, spesso impedendo agli abitanti di fuggire dagli insediamenti minacciati dalle forze dell’Asse (con prevedibili conseguenze). Gli stessi soldati dell’Esercito Rosso dovevano spesso compiere assalti pressochè suicidi e vivevano sotto la costante minaccia delle unità NKVD, le quali ricorrevano a esecuzioni e condanne sommarie pur di mantenere l’ordine e la disciplina tra le truppe.

Non furono pochi i casi di soldati sovietici catturati dai tedeschi e poi rientrati fortunosamente presso le proprie linee: costoro, anzichè essere reintegrati nelle unità combattenti, si trovavano imputati di “alto tradimento” e venivano fucilati sul posto per non aver difeso fino all’ultimo le proprie posizioni. Questo fa capire anche perchè un gran numero di sovietici (gli Hiwi) decise (al di là della situazione contingente) di collaborare con gli occupanti, condividendone poi la sorte nell’accerchiamento finale.

Il libro non è facile da leggere: le descrizioni e i racconti non risparmiano particolari raccapriccianti e scene disumane. Ma forse è proprio per questo che merita di essere letto, soprattutto da quelle persone che hanno una visione “romantica” della guerra. In fin dei conti la battaglia di Stalingrado è stato uno degli eventi cardine della storia del novecento, e le stesse considerazioni dell’autore nella parte finale del libro lo dimostrano. Buona lettura!

La scheda del libro su anobii.com