Annibale - Gianni Granzotto
Vi porto Annibale in casa. Ah, direte, una vecchia conoscenza. E vi metterete a squadrarlo di sotto in su, diffidenti e incuriositi, come abbiamo fatto per altri personaggi di cui s’è sempre sentito parlare e che ci sembrano familiari; ma dei quali per sicuro rimane soltanto un nome, essendo tutto il resto diventato misterioso come l’andar del tempo, confuso nell’approssimazione. Come una stanza male illuminata in fondo alla grande casa della memoria.
D’altronde che interesse può avere per un lettore d’oggi una storia vecchia di più di duemila anni? Che segni di vita ci possono arrivare da un passato di venti secoli?
Guardate cosa scrive Shakespeare nella Tempesta. Ci avverte che « il passato è soltanto un prologo » . Il prologo della nostra vita, alla quale tutto ciò che la precede appartiene come parte indistruttibile dell’esistenza. Annibale siamo noi, duemila anni fa. La sua storia è la nostra storia. E il ricordo che riusciamo a decifrarne è, in sostanza, un ricordo di noi stessi.
E’inutile obiettare che venti secoli sono un abisso così profondo da non poter scendervi dentro. Ogni cento anni si succedono tre generazioni. Mio nonno Giobatta, padre di mio padre, era nato nel 1861 insieme al regno d’Italia. All’epoca di Porta Pia aveva nove anni. Garibaldi, Mazzini, Vittorio Emanuele II erano ancora vivi quando egli già si stava facendo uomo. Me li descrisse come suoi contemporanei. E mi raccontò quel che aveva sentito da suo nonno, trevigiano, il quale era stato suddito della Serenissima. Un filo ininterrotto, dal Settecento fino a me.
Con questa cadenza di vita, sessanta nonni ci dividono oggi da Annibale. Sessanta nonni soltanto. Potrebbero stare tutti in quella stanza della memoria, cucitrice del tempo. E che dire dei luoghi, spettatori impassibili e fedeli del passato, testimoni che attendono solo di essere interrogati?
Bernard Shaw, nel prologo a Cesare e Cleopatra - un prologo che è poi eguale per ogni storia, se l’ieri è semplicemente l’inizio dell’oggi - fa recitare questa battuta : « Le stelle e il cielo senza nuvole sono nostri contemporanei, diciannove secoli e mezzo più giovani di quando li abbiamo conosciuti noi; ma dal loro aspetto non lo si potrebbe arguire »
Per Cartagine i secoli sono venti, ventidue. Ma il discorso non cambia. Basta saper guardare e Cartagine diventa viva, Annibale un contemporaneo del nostro ricordo, un uomo come noi, che « come noi viveva di pane, provava desideri, assaporava dolori, aveva bisogno di amici »
Ecco, ve lo porto in casa.
Questo è il prologo del libro. Dopo averlo letto, ho saputo subito che non avrei sprecato il mio tempo. Granzotto ci porta davvero Annibale in casa, dipingendo un affresco che racconta impeccabilmente una delle più grandi vicende mai avvenute al mondo, esplorando a fondo uno dei più affascinanti personaggi la cui esistenza ha lasciato un segno tanto indelebile quanto etereo. D’ora in poi, passare il Trebbia in bicicletta non sarà più la stessa cosa 





FFrancesco said
Aprile 28 2008 @ 3:32 pm
Una soundtrack adatta: Figli Di Annibale degli Alma Megretta. testo qui: http://www.italianrap.com/artists/artists_bios/almamegretta/lyrics/figli_di_annibale.html
Post molto bello!Mi ha ricordato due anni fa in vacanza in Sicilia che leggevo sotto l’ombrellone “I Greci d’Occidente” di Valerio Massimo Manfredi ambientato anche dove mi trovavo io (Siracusa).
Vortexmind said
Aprile 28 2008 @ 4:33 pm
Com’è quel libro? L’avevo già adocchiato ma poi ne ho presi altri
FFrancesco said
Aprile 29 2008 @ 8:11 pm
Se ti piacciono le narrazioni storiche te lo consiglio, poi Manfredi sa creare anche una buona atmosfera…